i miei racconti

CHAMPAGNE

 Francesca è lì che l’aspetta sulla porta. Ha gli occhi rossi.

– Ti sei beccata ancora il raffreddore, eh?

– No, è per via delle cipolle. Ho fatto la zuppa, è in forno. Non senti il profumino?

– Uhm… è quella con la crostina di pane e formaggio? Che meraviglia. Se potessi ti sposerei.

– Mi ci vedo proprio, vestita di bianco. E mi immagino la faccia dei nostri adorabili vicini.

– Solo per quello ne varrebbe la pena, no? Quei due pezzi di m…

– Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, Giò.

– Sì, passo… in cucina. Ho una fame che mi mangerei il gatto. Guardalo, che ciccione.

– Stasera si cena in sala. E non prendere in giro Ercole, che si offende.

La tavola è apparecchiata con sottopiatti d’argento, calici di cristallo, e il candelabro che Francesca ha ereditato da sua nonna. Sul piatto di Giò un pacchettino.

– Franci, ma cosa festeggiamo? Ho dimenticato una data importante?

– No. Io apro lo champagne, tu apri il pacchetto. C’è una sorpresa.

– Cos’è? Una penna?… No… Ma che… cosa vuol dire?

– Lo vedi quel “+”? Possibile che non capisci?

– Sei… sei incinta, Fra?

– Sì, amore.

Giò si rabbuia di colpo.

– E di chi?

– Non importa di chi. Sarà il nostro bambino.

– Non avevamo ancora deciso.

– Lo so, ma se aspettavo te sarei arrivata alla menopausa. Pensavo che…

– Che cazzo pensavi?

– Insomma, per superare tutti i tuoi dubbi e paure dovevo decidere io, metterti di fronte a…

– Ma che brava! E così hai anche scelto il padre di “nostro” figlio. Posso sapere chi è?

– Giò, ne avevamo parlato. Ti ricordi?

– Certo. Di trovare un donatore di sperma. Se avessimo deciso di farlo. Ma non l’abbiamo fatto. L’hai fatto tu? Sei andata in quella clinica da sola?

– Io… no. Giò, è successo… sai, al mare… Tu non c’eri mai, per quel cavolo di lavoro. L’ho conosciuto in spiaggia. Un bel ragazzo, ho pensato che poteva essere quello giusto. Non ero attratta da lui, ti giuro, ma volevo… volevo un bambino. E così… così è successo.

– Ah, così è successo. Ti sei immolata per la famiglia, eh? Ma che razza di puttana sei? E vuoi pure brindare?

– Giò, non lo vedrò più, non me ne frega niente di lui. Lo sai che amo solo te. Lo sai.

– Non ti sei divertita neanche un po’, vero? E hai pensato una lavata un’asciugata e… No, Franci. Tieniti il tuo bambino. Io non c’entro niente. E non ne voglio sapere niente.

Il profumo della zuppa diventa odore di cipolle bruciate.

– Ma Giò, lo volevi anche tu un figlio!

– Non adesso. Non così.

– Ti amo, l’ho fatto per noi, pensavo che avresti capito…

– Certo che ho capito. TU vuoi di diventare mamma. Del resto non te ne frega niente.

– Non è vero. La mia vita senza te non ha senso.

– Bene. Allora, se ti chiedo di abortire, lo fai?

– Giò, non chiedermi questo. Non potrei…

– Non puoi, vedi? Il tuo bambino è molto più importante di me. Della nostra storia.

– Non è così! Ma questo è una specie di miracolo, non posso rinunciarci. Giovanna, ti prego…

– È finita, Franci. Porta le mie congratulazioni ai futuri nonni, due volte felici perché loro avranno un nipotino e tu non avrai più una fidanzata. Ah, non bere lo champagne: fa male, in gravidanza. Auguri di cuore, mammina.

MARIO

È già suonata la campanella di inizio lezioni. 

Lui arriva col fiato grosso, il berretto calcato sulla fronte, la sciarpa che gli copre mezza faccia. Si siede nel suo banco in prima fila. Si toglie il cappello, ha un occhio cerchiato di blu e giallino. Si mette una mano sulla faccia, per nasconderlo.Ma io l’ho visto. 

Mario, gli dico, cosa ti è successo? Lui mi guarda e poi abbassa gli occhi. La sciarpa scivola a terra. Ha un segno rosso sul collo. Sono caduto in piscina, dice. 

Lo porto dalla dottoressa della scuola. Lui scende con me le scale, in silenzio. 

Entriamo in infermeria. Gli può dare un’occhiata? le chiedo. Certo, lo lasci qui.

Mi si aggrappa, dice no, voglio tornare in classe. La dottoressa lo trattiene per un braccio. Tra un po’ ti rimando su, gli dice. 

Io devo lasciarlo, gli altri bambini sono soli.

Sto leggendo una filastrocca. Virginio, il bidello, entra e mi dice che la dottoressa vuole parlarmi. Resterà lui a tenerli d’occhio.

Mario è lì, seduto sul lettino, gambe ciondoloni, occhi a terra.

Cosa c’è, dottoressa? chiedo.

Guardi qua.

Solleva la maglietta di Mario. Mi indica la schiena, segnata da strisce rosso scuro. 

Gli sollevo il mento, gli tengo il viso tra le mani. 

Non sei caduto in piscina, vero? Chi è stato?

Sta zitto un lungo momento. I suoi occhi hanno paura. Poi risponde papà.

Mi si stringe lo stomaco. 

Torna in classe, Mario, gli dico. Arrivo subito. Se ne va a testa bassa.

Telefono alla direttrice. Le dico cosa ho visto. Lei sente la mia voce che trema, mi invita a stare calma, chiamerà il padre e metterà le cose a posto.

Sono passati due giorni. Mi convocano in direzione e sulle scale lo incontro, il papà di Mario. Mi lancia uno sguardo feroce. 

Come educo mio figlio lo decido io, dice. 

Certe cose la legge le proibisce, gli rispondo.

La direttrice ci aspetta sulla porta del suo ufficio. Gli stringe la mano, si sorridono. Ci fa sedere intorno alla scrivania.

Gli chiede cosa ha fatto a Mario. Lui risponde che suo figlio non voleva fare i compiti, e così ha perso la pazienza. Ma non succederà più. Però la maestra non dovrebbe riempire i bambini di cose da fare: i genitori lavorano tutto il santo giorno, hanno pure il diritto di riposare. Parla con lei, come se io non ci fossi.

La direttrice si alza, lo invita a essere più paziente col figlio, gli stringe la mano, lo congeda. Con un sorriso.

Restiamo sole. Mi guarda severa. Mi dice è il suo primo anno, lei è in prova. Non può mettersi contro i genitori. In prima elementare i compiti non si danno. Cerchi di non creare problemi, e vedrà che le cose andranno a posto.

Scendo le scale e mi dico adesso chiamo i carabinieri. 

Ma non lo faccio.

È stato trent’anni fa.  Ancora non me lo perdono.

QUELLO SGUARDO, QUELLA MANO

Lucia scende dal pullman rossa di caldo, dopo tre quarti d’ora in piedi, stretta tra corpi e fiati, con addosso l’odore di cane bagnato di cui la pioggia le ha intriso il cappotto. Sbatte contro il fiato opaco e pesante dell’inverno. Sottili rivoli gelati di sudore le scivolano lungo la schiena. È buio, ormai. Quest’accidenti di ora legale fa più lunga la notte. Continua a girarle in testa il suicidio che ha bloccato il traffico in metropolitana. Quanto può sopportare uno, prima di buttarsi sotto un treno? Cammina a passi decisi, il bavero tirato su, gli occhi a terra per evitare pozzanghere e cacche di cane. Non vuole rovinare l’unico paio di scarpe decenti che ha.

Deve fare duecentoventi passi per arrivare a casa. Ma prima c’è da comprare il pane.

Il negozio di Santina è tiepido e ha un buon odore.

“Buonasera, Lucia. Fa un bel freddo, eh? Le solite due rosette?”

“Sì… però quegli arancini…”

“Sono caldi, appena fatti. Una squisitezza.”

Lucia fruga nel borsellino. Be’, uno ne può comprare. A lui piacciono tanto. Magari sorriderà.

Il sacchettino le scalda le mani negli ultimi passi verso casa. La luce della finestra a piano terra, quella della cucina, è accesa.
Il portone è aperto, con la serratura saltata da mesi. La porta di casa invece è chiusa a chiave. Lucia suona. Aspetta. Suona ancora. Passi lenti, trascinati, e finalmente lui apre.
Lucia sorride, ma non riesce a vedere se sorride anche lui: il corridoio è quasi buio, c’è da cambiare una lampadina. Cerca di abbracciarlo, lui l’allontana con una spinta. E le parla. Con quella voce.

“Eccola qui, la signora. Te la sei presa comoda, eh?”


“Scusami, amore, ma per via di uno che si è buttato sotto la metro ho perso l’autobus…”


“Certo, hai sempre la scusa pronta, tu. Be’, muovi le chiappe, ho fame.”


Lei gli mette in mano il sacchetto di carta, appende il cappotto bagnato all’attaccapanni. Un brivido le attraversa la schiena. 

“Ti ho preso un arancino di riso. Mangialo, è caldo. Intanto preparo una frittata.”

“Tutto qui? Minchia, ti sembra una cena? Mai una bella bistecca, eh?”


Nessun sorriso. E quella voce.

“Siamo a fine mese, non ce li ho i soldi per la carne.”


“Sei una barbona. Una fottuta barbona.”


“Smettila, non puoi parlarmi così…”


“Ah no? È colpa tua se siamo nella merda, lo sai, vero? Vieni, vieni a vedere che cosa cazzo c’è nel frigo.”


In cucina, sul tavolo di formica, c’è un piatto sporco di sugo, posate unte, briciole di patatine. E un bicchiere con un fondo di vino.

Lui apre il frigo, le urla: “Ficcaci dentro il naso. È vuoto come il tuo cervello. Hai deciso di farmi crepare di fame, vero?”


“Stamattina ti ho lasciato la pasta, gli affettati…”


“Maccheroni appiccicosi e spalla cotta che sembrava di gomma. Che libidine viulenta, eh?”


“… hai bevuto, vero?”


“Sì, perché? Hai qualcosa da dire?”


“Ti fa male, non puoi…”


“Io faccio il cazzo che voglio, ok? E chiudi quella fogna di bocca!”


Lui avanza verso di lei, con occhi cattivi. Uguali a quegli occhi. Lei indietreggia. Ha paura.

“Stai calmo, non…”

Lucia ha le spalle contro il muro di piastrelle bianche e verdi. Ha freddo. Lui le è quasi addosso.


“Lo sai cosa ti faccio, stronza, se continui a rompermi le palle? Ti taglio la gola… così: zac!”


Ha preso un coltello dal tavolo. Fa il gesto di sgozzarsi.

Lei è impietrita. In quello sguardo, in quella mano alzata, c’è un altro sguardo, un’altra mano. 


“Ma perché? Cosa ti ho fatto? ” dice in un singulto.

“Cosa mi hai fatto? Che faccia di culo a chiedermelo, cara mammina.” Quindici anni, e la voce di uomo inferocito. “Quando ci pensava tuo marito si pasteggiava a champagne, te lo sei dimenticato per caso? Ci faceva vivere alla grande, mio padre. E tu, brutta troia, l’hai cacciato via. Per cosa? Solo perché ogni tanto ti metteva in riga? Te lo meritavi, no? Perché cazzo non mi hai lasciato andare con lui?”

Attraverso un velo di lacrime Lucia guarda suo figlio. Non è riuscita salvare neanche lui.

E ha voglia di morire.

SUBWAY

Bruce Davidston – NY 1980

Era stata bella, Jane. Era stata felice. E New York era luce e promesse, quando Harry faceva le sue pazze acrobazie col sax e lei cantava jazz e il suo vestito era rosso e luccicava e i capelli le scendevano sulle spalle e avevano bagliori di fuoco. Sembri Marlene Dietrich, le diceva Harry. Sei il mio angelo azzurro. E la gente beveva whisky e applaudiva e fischiava e le mandava fiori. Tornavano a casa con il buio che diventava promessa di luce. Sul sedile della subway, la testa abbandonata sulla spalla di Harry, si cullava nella voglia di sonno e nella voglia di lui.  

Stanotte Jane è ancora bella. I suoi occhi appannati dalla cataratta vedono nel finestrino sporco del vagone, imbrattato di scritte nere, il riflesso dell’angelo azzurro. La sua frangetta d’argento ha un bagliore di luna. Stringe la fisarmonica, ne esce un singhiozzo. L’uomo accovacciato sul sedile fa un gemito, si passa una mano tra i capelli unti, si gira su un fianco, continua a dormire. Jane non ci vede tanto, ma i suoi altri sensi restano vivi. Lo sente bene quell’odore di fumo e birra che esce insieme al lamento. Le arriva addosso come uno schiaffo il tanfo di sudore secco di un uomo che lavora duro e non si lava spesso. Ci sarà qualcuno ad aspettarlo a casa, in questa notte di bruma ghiacciata? si chiede.

Non è bello come il suo Harry, non ha il suo buon odore di bosco, non ha la pelle lucida di castagna matura. Ma non è proprio bianco. Se Jimmy fosse riuscito a nascere, forse gli assomiglierebbe. Se fosse nato, Jimmy, Jane non vivrebbe sotto terra a elemosinare centesimi col bicchierino di latta. Harry non sarebbe andato via, se Jimmy fosse nato. Ce l’aveva messa tutta, una notte intera a spingere, a dissanguarsi, a urlare. Quando finalmente l’aveva buttato fuori, era un fagottino stremato, senza respiro. 

Nel vagone lercio ci sono solo lei e quell’uomo.

E allora Jane suona, in sordina, Lullaby. E canta, in un sussurro, la ninna nanna che Harry le ha insegnato, quando aspettavano Jimmy.

Tutti hanno toccato il fondo
E tutti sono stati dimenticati
E tutti sono stanchi di stare soli
Tutti sono stati abbandonati
E sono rimasti a mani vuote
Quindi se sei là fuori, e a malapena te la cavi
Dai soltanto un’altra possibilità ad una ninna nanna

(Lullaby – George Shearing)

2 Comments »

  1. Cinzia è una Donna coraggiosa e vera. È di una sincerità cruda che non ha paura di condividere con chi legge i suoi scritti.
    Profonda di un sentimento sensibile sogna un mondo differente.
    Di rispetto e amore.
    E riesce perfettamente a toccare le corde dell’anima con graffi e baci di speranza.
    Grazie davvero di regalarci queste realtà i senza filtri dell’ipocrisia che accomuna molti scrittori di ora. Quelli che amano le pagine perfette ma non sfregiano il cuore.
    Grazie!

    Cristiana
    (Piacenza)

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